Si fa un gran parlare, di questi tempi, di innovazione. La parola ricorre e rimbomba, e trabocca inesausta dalle pagine dei giornali; la parola ci affligge, scontata come un giro di do, nelle interviste che innovatori un po’ improvvisati rilasciano a destra e a manca, sciorinandoci questo moderno abracadabra per chiudere l’argomento in bellezza — qualunque argomento.
Ed io mi chiedo, e chiedo: è possibile un’innovazione priva di sovversione? E non chiedo se sia materialmente realizzabile, ma addirittura concepibile un qualcosa di innovativo che sia totalmente destituito di contenuto sovversivo, o — di più — che alla sovversione si ponga antiteticamente. La risposta, a ben interpretare la storia umana, è sin troppo facile.
Ma qui, in questo nostro piccolo mondo, che cosa ce ne vogliamo fare noi di questa strana correlazione? Provate a pensare che bello: un Assessorato (o, perché no, un Ministero) alla Sovversione.
Ottobre 31, 2007 alle 1:39 am
Tra il serio ed il faceto direi che l’idea di un Assessorato alla Sovversione è molto trentina, i.e. tipica di un mondo in cui mamma PAT regola tutto, trasgressione compresa
Un po’ più seriamente, la questione è reale ed interessante, perchè il rapporto tra innovazione e trasgressione è una tensione con la quale tocca fare i conti ed il problema è proprio come gestirla ma non troppo.
Come si dice nel post, l’innovazione è diventato un mantra molto ben vendibile politicamente, mentre la trasgressione (vera) è per definizione destabilizzante, da cui la tentazione forte di fingere che non ci sia o, peggio, pianificarne l’assenza, pagando poi prezzo in termini di innovazione.