Nel corso di una recente lettura (Lee Smolin, The Trouble with Physics: The Rise of String Theory, the Fall of a Science, and What Comes Next, Houghton Mifflin, 2006) mi sono imbattuto — tra i molti interessanti che il libro offre — in un paragrafo che trovo particolarmente stimolante.
Si tratta del punto ove, nell’illustrare i modi di funzionamento delle comunità scientifiche e le loro regole sociali (Cap. 19, How Science Really Works), l’autore ci informa su toni e contenuti delle conversazioni che occorrono comunemente tra senior scientists quando si tratti di valutare le qualità e le prospettive di carriera di giovani ricercatori.
Lasciamo la parola a Smolin [pp. 335-336; la traduzione è mia]:
“Persino nella franchezza di questi scambi di ipinione, raramente capita di sentire commenti negativi. Quando la gente non ha nulla di positivo da dire, spesso si limita ad un “Andiamo avanti; preferirei non commentare”, o a qualcosa di più mite, come “Non è che mi esalti”. Ma ci sono casi nei quali la mera menzione di un nome fa scattare un “Assolutamente no!”, oppure “Lascia perdere”, o “Stai schezando?”, fino l’irrevocabile “Dovrete passare sul mio cadavere”. Nella mia esperienza, ogniquavolta mi sono trovato in un simile caso, il candidato ricadeva in una, e spesso in due, delle seguenti tre categorie: 1) era una donna; 2) era non-bianco, e/o 3) era qualcuno che stava inventando il suo proprio programma di ricerca piuttosto che seguire la corrente principale. Naturalmente, ci sono donne e non-bianchi che non suscitano obiezioni. Ma, ancora, secondo la mia esperienza, questi sono i casi nei quali il candidato si attiene strettamente ad un programma di ricerca ben assestato”.
Come dire che un salto di linguaggio può rivelare ciò che all’introspezione — e ad altre ispezioni — resta normalmente oscuro.