Archivio per Ottobre 2007

Innovazione Vs. Sovversione

Ottobre 30, 2007

Si fa un gran parlare, di questi tempi, di innovazione. La parola ricorre e rimbomba, e trabocca inesausta dalle pagine dei giornali; la parola ci affligge, scontata come un giro di do, nelle interviste che innovatori un po’ improvvisati rilasciano a destra e a manca, sciorinandoci questo moderno abracadabra per chiudere l’argomento in bellezza — qualunque argomento.

Ed io mi chiedo, e chiedo: è possibile un’innovazione priva di sovversione? E non chiedo se sia materialmente realizzabile, ma addirittura concepibile un qualcosa di innovativo che sia totalmente destituito di contenuto sovversivo, o — di più — che alla sovversione si ponga antiteticamente. La risposta, a ben interpretare la storia umana, è sin troppo facile.

Ma qui, in questo nostro piccolo mondo, che cosa ce ne vogliamo fare noi di questa strana correlazione? Provate a pensare che bello: un Assessorato (o, perché no, un Ministero) alla Sovversione.

generi, etnie e teste dure

Ottobre 12, 2007

Nel corso di una recente lettura (Lee Smolin, The Trouble with Physics: The Rise of String Theory, the Fall of a Science, and What Comes Next, Houghton Mifflin, 2006) mi sono imbattuto — tra i molti interessanti che il libro offre — in un paragrafo che trovo particolarmente stimolante.

Si tratta del punto ove, nell’illustrare i modi di funzionamento delle comunità scientifiche e le loro regole sociali (Cap. 19, How Science Really Works), l’autore ci informa su toni e contenuti delle conversazioni che occorrono comunemente tra senior scientists quando si tratti di valutare le qualità e le prospettive di carriera di giovani ricercatori.

Lasciamo la parola a Smolin [pp. 335-336; la traduzione è mia]:

“Persino nella franchezza di questi scambi di ipinione, raramente capita di sentire commenti negativi. Quando la gente non ha nulla di positivo da dire, spesso si limita ad un “Andiamo avanti; preferirei non commentare”, o a qualcosa di più mite, come “Non è che mi esalti”. Ma ci sono casi nei quali la mera menzione di un nome fa scattare un “Assolutamente no!”, oppure “Lascia perdere”, o “Stai schezando?”, fino l’irrevocabile “Dovrete passare sul mio cadavere”. Nella mia esperienza, ogniquavolta mi sono trovato in un simile caso, il candidato ricadeva in una, e spesso in due, delle seguenti tre categorie: 1) era una donna; 2) era non-bianco, e/o 3) era qualcuno che stava inventando il suo proprio programma di ricerca piuttosto che seguire la corrente principale. Naturalmente, ci sono donne e non-bianchi che non suscitano obiezioni. Ma, ancora, secondo la mia esperienza, questi sono i casi nei quali il candidato si attiene strettamente ad un programma di ricerca ben assestato”.

Come dire che un salto di linguaggio può rivelare ciò che all’introspezione — e ad altre ispezioni — resta normalmente oscuro.

Un ordinario conflitto di potere

Ottobre 9, 2007

In un articolo pubblicato il 22 agosto scorso, la rivista The Scientist riporta come attraverso una votazione a scrutinio segreto tenutasi la settimana precedente, oltre 100 ricercatori del National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) abbiano espresso la loro mancanza di fiducia sulla conduzione dell’Istituto da parte del direttore David Schwartz.

La votazione, che ha avuto luogo su richiesta dell’Assembly of Scientists dello stesso NIEHS, ha segnato un punto di svolta in un’aspra controversia che vede tra gli attori principali: il senatore Charles Grassley, membro di minoranza della commissione finanza del Senato degli Stati Uniti, Elias Zerhouni, direttore del National Institutes of Health (NIH) e responsabile della nomina del direttore Schwartz, e lo stesso David Schwartz.

Il caso è — direi ovviamente — complesso e non vi entro, se non per dire che le accuse mosse al direttore Schwartz riguardano il bilancio del suo laboratorio, consulenze che egli ha fornito a studi legali, l’arruolamento di ex-colleghi presso l’NIHES, la gestione dell’Environmental Health Perspectives, la rivista open-access dell’Istituto.

Che cos’è che ci trovo dunque di interessante in questo che tutto sommato potremmo rubricare, attraverso i nostri disincantati occhiali, come un ordinario conflitto di potere ai vertici della ricerca statunitense? Certo, colpisce che i documenti-chiave, o quantomeno una loro parte rilevante (comprese le lettere del Senatore Grassley al direttore dell’NIH), siano pubblici; che nessuno possa sentirsi al riparo dall’essere chiamato a rispondere del proprio operato, e che — rispondendo — debba argomentare secondo standard di condotta condivisi. Non è poco, ma forse vi è di più.

Vi traspare, mi sembra, una cultura dell’integrità che muove non da un’ipocrita pretesa di santità (altrui; la propria non è in discussione), ma dal prendere atto che i diversi interessi generano conflitti, e conflitti duri; e che questi possono, ed anzi devono, essere gestiti con una vera e propria tecnologia di misure (e.g., Ethics Officers) e contromisure (e.g., norme a protezione di chi denuncia abusi). Non certo — e comunque non solo — col confessionale.