Il 24 agosto scorso, la rivista Science ha pubblicato 2 articoli (B. Lenggenhager, T. Tadi, T. Metzinger, O. Blanke, Video Ergo Sum: Manipulating Bodily Self-Consciousness, Science, Vol. 317. no. 5841, pp. 1096-1099, e H. H. Ehrsson, The Experimental Induction of Out-of-Body Experiences, Science, Vol. 317. no. 5841, p. 1048) nei quali viene dato conto dei tentativi condotti da due gruppi di ricercatori di indurre, in soggetti umani in piena salute, qualche elemento di esperienza extracorporea.
Queste sono esperienze (spesso riportate nella stampa popolare, e tipicamente associate a particolari stati neurologici od emotivi, quali intossicazione da stupefacenti, psicosi, od alle cosiddette esperienze ai confini della morte) nel corso delle quali il soggetto ha la sensazione di galleggiare al di fuori del proprio corpo, e, in taluni casi, di vedere il proprio corpo come da una posizione ad esso esterna.
I due lavori pubblicati su Science attaccano quindi il problema di come il cervello riesca a creare “un aspetto della coscienza che è talmente fondamentale che noi lo diamo [normalmente] per scontato: quello che il sé stia nei confini del nostro corpo”.
Faccio fatica a pensare ad un argomento intellettualmente più eccitante, e consiglio dunque la lettura dei due articoli originali, o almeno del succinto resoconto che ne ha dato il quotidiano la Repubblica.
Il motivo, tuttavia, per il quale questa ricerca trova un’eco in questo nostro spazio è un altro: ed è che, al di là del merito e dei meriti, la trovo un esempio paradigmatico di ricerca d’avanguardia, realizzabile con mezzi materiali peculiarmente poveri, ed al contempo semplicemente inconcepibile in assenza di condizioni immateriali straordinariamente ricche — creatività, metodo, e fertilità culturale dell’ambiente.
Per l’anno 2005, l’Impact Factor di Science è 30.9.