Alcune persone mi hanno chiesto di chiarire la mia posizione nei confronti del manifesto della ricerca, ed in particolare di quali priorità mi porrei rispetto ad esso nell’eventualità di una mia elezione nel CdA della Fondazione.
Rispondo molto volentieri a questa sollecitazione. Al manifesto della ricerca ho creduto e credo. Ad esso ho contribuito con determinazione e passione, con l’intento di affermare un riferimento che fosse espressione di una riflessione, di un confronto e del convenire consapevole attorno a punti importanti. Sono ingredienti, questi ultimi, dei quali la Fondazione ha disperato bisogno — nella sue componenti di ricerca, come pure in quelle amministrative e gestionali.
La prima priorità è certa: fare in modo che la Fondazione si riconosca nel manifesto e lo assuma “come un documento ufficiale di indirizzo”. Il processo è stato avviato, ed è ora compito di tutti — e del rappresentante del personale in primis — sostenerlo e portarlo a realizzazione.
Il manifesto, ovviamente, non è perfetto. Colleghe e colleghi che bene conosco e stimo mi hanno manifestato perplessità su diversi punti ed, in taluni casi, anche dissenso. Per me, questi sono stati e restano tra i contributi più importanti. E tuttavia credo che il manifesto possa veramente costituire un vademecum per gli organi di governo della Fondazione.
La concretizzazione di alcuni punti richiederà verosimilmente un lavoro lungo e composto di tanti passi — penso al riconoscimento del valore delle persone, il quale non potrà certo attuarsi con un editto. Credo per contro che altri punti si prestino a più immediate concretizzazioni attraverso la messa a punto di strumeti specifici: ad esempio, la definizione di percorsi formativi e professionali, compreso il “periodico allargamento degli orizzonti” (sabbatico), la valutazione, il sostegno alla dimensione etica, la diffusione e la divulgazione scientifica.